Normalità

Un grandioso ed epico ritorno desiderato alla normalità.
Poi viene in mente che la normalità è questione complessa. Poiché corrisponde a leggi oggettive (il cervello umano funziona per tutti allo stesso modo); e a leggi soggettive, nel senso che dipende da livelli di soglia soggettivi, costruiti geneticamente e plasmati dall’apprendimento.
Uno stesso comportamento acquista i toni della fisiologia (normalità) per una data persona in un dato momento storico ed evolutivo e poi diviene disarmonico pochi mesi/anni dopo. I medesimi tempi si differenziano poi da persona a persona e da cultura a cultura.
Il delirio di onnipotenza di un bambino, ad esempio, è quantomai fisiologico nella sua maturazione emotiva ma diviene franco delirio narcisistico da adulto. Anzi, ben venga, dato che, come scriveva la compianta psicoterapeuta Bernardini, “c’è tempo poi per darsi una regolata”.
Ma quando ci daremo una regolata?
In realtà il meccanismo cerebrale attraverso i sogni ed i sintomi ci allerta: laddove un atteggiamento non si armonizza più con la complessità dell’esperienza; laddove un meccanismo di difesa diventa un sistema predatorio; laddove la realtà viene interpretata e risucchiata dall’impianto mentale quando si satura di intolleranza.
Terminata (relativamente) la quarantena si ritorna alla normalità.
Ma di quale normalità parliamo? Per taluni si tratta di un naturale proseguo di ciò che era prima, senza aver fatto esperienza alcuna (avranno preso alla lettera la famosa “cenere eravamo e cenere torneremo”); per taluni si tratta di un balzo magico verso un ascetismo che profuma di fasullo fino al midollo (è la nuova teoria sociologica per cui le pandemie ti fanno diventare buono e dolce come Remì); per altri si tratta di risposte psicologiche nevrotiche o addirittura psicotiche; per altri ancora l’alcova della quarantena dura ad libitum.
I baci e gli abbracci si sprecano (anche se ancora non è chiaro come e chi si può abbracciare e baciare e nemmeno dove; e a dirla tutta non è chiaro nemmeno il perché); emergono i conflitti divisori su chi ha la mascherina e chi preferisce mostrare la faccia (forse ahimé più per motivi estetici che sanitari); le divisioni tra chi ha perduto uno stato sociale e chi lo ha incrementato si amplificano (la legge del taglione in chiave post-epidemica); le distinzioni tra chi conta i morti e chi inneggia alla vita si fanno aspre; i bambini sono carichi come molle dimenticate poveracci e questo comporterà per l’autorevole universo psichiatrico la creazione di una nuova accattivante diagnosi in sostituzione della pre-covid ADHD, qualcosa tipo DPTPES (disturbo post traumatico post epidemico con supercazzola).
Insomma, mi sembra un caos.
O, meglio, un’entropia: una tendenza al disordine irreversibile che ha in sé un suo ordine.
L’ordine è che indietro non si torna, che un miraggio conviviale e di cultura di gruppo potrebbe livellare le fragilità di ognuno, che sarebbe utile che ognuno si occupasse degli affari (interni) propri. Insomma che ognuno lavorasse per un grandioso lavoro di formazione. Ma a pensarci bene dovrebbe essere sempre così, non solo ora, non solo dopo una catastrofe mondiale (che a ben vedere non è mai mancata).
La normalità certo……forse, forse, forse sarebbe meglio crescere.