Il potere in psicoterapia

 

Nello specifico un lato del potere dello psicoterapeuta  ci è stato descritto da Sofocle nella tragedia dell’Edipo Re, e a Pier Paolo Pasolini si deve la diffusione in film dei contenuti tragici dell’opera greca nel 1967. Sigmund Freud, il fondatore della psicoanalisi, sostiene che il complesso edipico rappresenta la matrice di molti disturbi nevrotici e formazioni reattive della struttura personologica; secondo il padre della psicoanalisi in sintesi il complesso edipidico raggiunge l’acme tra i tre e i cinque anni, durante la fase fallica, e il suo declino segna l’entrata nel periodo di latenza. Alla pubertà subisce una reviviscenza ed è superato con maggiore o minor successo in un tipo particolare di scelta oggettuale, ciò che delineerà il formattarsi di angolazioni, direzioni e forze del movimento psichico di un essere umano. La scoperta del complesso di Edipo è il frutto dei risultati ottenuti attraverso l’analisi dei suoi pazienti, e l’impianto teorico è stato convalidato in itinere da Freud nel corso dell’autoanalisi, conducendolo a riconoscere in sé l’amore per sua madre e, verso suo padre, una sensazione di gelosia in conflitto con l’affezione che gli porta. Freud fa del complesso edipico un fenomeno universale sino a sostenere che: “ad ogni nuovo arrivato fra gli uomini si pone il compito di dominare il complesso edipico”. Sicuramente Freud ha colto l’enorme significato processuale e mitico della saga greca, mentre il maestro Pasolini tramite il film “Edipo Re” descrive su un piano prettamente scientifico e antropologico quel contenuto archetipico degno del nostro massimo interesse.

Oramai è luogo comune riconoscere che la femmina animale (con particolare riferimento ai mammiferi) al momento del parto cerca un nascondiglio per proteggere la prole dal maschio, laddove se il maschio assiste al parto inevitabilmente segue l’istinto territoriale di fagocitare i neonati. Il contrasto al cannibalismo padre/figlio è all’origine della società umana e si riconosce inizialmente nel patto di Abramo con Dio, descritto nella Bibbia, dove  al posto del sacrificio di Isacco si usa l’agnello simbolico sacrificale, un rito che declina ed assorbe l’istanza mitica del figlicidio. Cerimonia mitica che si ripropone ancora oggi con il rito pasquale del banchetto, appunto, a base di agnello. Il mito di Edipo, come il mito di Gesù Cristo, ripercorre le stesse tappe: descrive la saga del conflitto genitore/figlio e le tragiche conseguenze.

Sappiamo oggi, grazie alle neuroscienze e all’antropologia che si integrano con la ricerca psicoanalitica, che  se un neonato subisce angherie e/o assenze da parte degli adulti sperimenta come apprendimento da impronta un sentimento fantasmatico contenente  la vendetta e la ritorsione verso l’adulto che poi si traduce, per rimanere nell’esempio estremo di Sofocle, nell’uccisione del padre e nel possedere sessualmente  la madre. Ciò accade non per propria scelta determinata ma come l’effetto dell’accecamento dovuto alla rabbia vendicativa  che diviene cronica e inarrestabile sin dall’epoca schizoparanoide neonatale.

Per proseguire con il mito: Edipo diventa re di Tebe perché interpreta e scioglie i nodi degli enigmi proposti dalla Sfinge che teneva sotto assedio la città.
La Sfinge sconfitta così da Edipo si getta da una rupe.
I tre enigmi:
1) Chi è che fa nascere e uccide i propri figli?
2) Chi è bianco e nero e non finisce mai?
3) Chi è l’animale che la mattina cammina a quattro zampe, a mezzogiorno a due e la sera a tre?

Edipo svela che è l’Oceano che genera per evaporazione con la pioggia i suoi figli/fiume e poi li uccide nel mare; è  il Tempo  ad essere Bianco e Nero (giorno e notte) perché non finisce mai; infine l’animale è l’uomo perchè gattona alla nascita,  nell’età matura deambula con due gambe e in vecchiaia, la sera, con l’ausilio del bastone.

Dunque Edipo si rivela un esperto saggio, conosce il dramma dell’umanità che non si conclude mai: i genitori che generano e uccidono i loro figli. Agli occhi degli abitanti di Tebe risulta un salvatore, un uomo dalla grande cultura che sa percorrere gli anfratti reconditi e terribili dell’umanità.
Così nelle vesti di liberatore ad  Edipo viene offerta come sposa la regina di Tebe, Giocasta, sua madre naturale in quanto alle origini da lei consegnato, ancora neonato, a un servo per farlo uccidere su ordine del padre Re Laio, simbolo del padre padrone  cannibale che non tollerava che il figlio potesse prendere il suo posto.
E’ il dramma umano che consiste nella distorsione della competizione,  della vendetta e nel maltrattamento dei minori che oggi assume le vesti pervertite della pedofilia o dello sfruttamento del più forte sul più debole e precario.

Il popolo di Tebe  di fronte ad una epidemia si rivolge al nuovo re Edipo con una supplica che consideriamo il potere simbolico dello psicoterapeuta e/o del guaritore di ieri: “Edipo noi ci rivolgiamo a te non certo perché ti giudichiamo come un Dio. Non sei stato tu appena giunto in questa città che ci hai liberato dall’incubo della sfinge? E tu quest’opera non l’hai compiuta perché sapessi più di noi, ma come dicono tutti, con l’aiuto di un Dio, e perciò Edipo nostro re  noi tutti ti scongiuriamo in ginocchio: trovaci un rimedio non importa quale, che te lo suggerisca un Dio o un uomo come noi, tu che sei il migliore di tutti noi ridacci un’altra volta la vita, fa che  non rimanga in noi vivo il ricordo del tuo regno per essere stati sollevati prima e ricaduti dopo”.

Sofocle ci avverte che il potere del guaritore/psicoterapeuta consiste nella capacità magica di trovare un rimedio, di trovare la soluzione, possibilmente con l’aiuto di un Dio numinoso altamente consolatorio.  Ma oggi sappiamo che sul piano tecnico scientifico lo psicoterapeuta non deve possedere nessun potere, nessun lume a guidarne la tenacia analitica, nessun progetto condizionante, perché egli non è un dominus, non ha capacità divine e non deve rappresentarsi come guaritore magico dotato di potere risolutivo. Pena la fagocitosi: il terapeuta-padre uccide e scarnifica l’anima del paziente-figlio, tramite il clonaggio e il ricatto dello sbilanciamento tra chi dà e chi inesorabilmente riceve. La legge del padre ci appare sempre più una logica terrena, fatta di integrazione di modelli tramite un proporsi in definitiva autentico.

Viene proposto un esempio: un paziente si rivolge allo psicoterapeuta perché mentre svolgeva il suo lavoro di ladro (un esperto arrampicatore atletico di palazzi) gli capitava, subito dopo aver portato a segno il colpo, di soffrire di sintomi paucisintomatici. Dopo aver sperimentato, inutilmente, trattamenti farmacologici e consapevole che il suo riguardava plausibilmente un sintomo psicosomatico o sine materia, si era messo disperatamente alla ricerca di uno psicoterapeuta sufficientemente abile. Ma cercava coscientemente un guaritore, perché chiedeva al professionista di aiutarlo a non avere più i fastidiosi sintomi e poter continuare la professione di ladro; quei sintomi, che si presentavano subito dopo il furto nell’appartamento, altro non erano che i segnali di pericolo per la sua condotta antisociale, riflessi di evitamento automatici da intendersi quali evidenti segnali di un procedimento terribile. Il soggetto d’altronde ambiva al potere d’acquisto della sua professione, voleva la ricchezza ed il riscatto sociale. Come Edipo cercava di utilizzare la sua conoscenza, la competenza e l’agilità fisica per fare ricchezza e denaro con la scorciatoia del furto. Per lui lo psicoterapeuta aveva un potere enorme, era una figura carismatica in grado e in potere di attutire il sintomo, l’indicatore, il disagio che frenava ed inibiva il suo eccitamento sociopatico, perciò lo cercava come  complice della vendetta esistenziale e dunque alleato dei suoi misfatti. Un padre molto buono perché attento alle aspettative padronali del figlio, e viceversa: una complicità unidirezionale che si fonde nell’ibrido generazionale senza tensione evolutiva.

Ed arriviamo al punto nevralgico della questione: lo psicoterapeuta  deve rispondere ad una qualifica professionale lontana dalle logiche del potere, lontana dal carisma del guaritore a cui affidarsi per ottenere la guarigione. Perché la richiesta di guarigione riguarda sempre la sintomatologia psicosomatica del malessere (attacchi di panico, cefalea, insonnia, depressione sintomatica, dismetabolismi ecc.), e non si realizza magicamente con lo psicoterapeuta potente ma con un lavoro processuale di costruzione e analisi avendo innanzitutto a disposizione dei modelli operativi che contemplino l’analisi dell’esperienza emotiva del soggetto nel suo dispiegarsi relazionale, modelli come bagaglio teorico dello psicoterapeuta consolidati attraverso l’esperienza di una propria applicazione soggettiva.

Il paziente cerca un aiuto esterno in maniera sottesa che sappia riconoscere il linguaggio simbolico dei segnali di pericolo del sintomo, laddove si dispiegano i pensieri, le fonti di piacere, le peripezie del processo primario e le forze inibitrici. Il lavoro che comporta la psicoterapia si svolge soprattutto nella collaborazione-intreccio fra i due: paziente  e psicoterapeuta  che tendono le loro menti alla ricerca di un luogo di compromesso esistenziale senza il compromesso del potere dell’uno sull’altro, tracciando linee poco demarcate di confine dove il non ente in termini bioniani si diluisca vorticosamente nell’attesa inesausta di una creazione.

Si tratterebbe in ultima sintesi della costruzione di un lavoro che vede nel rispetto reciproco la possibilità della collaborazione e nel non rispetto la tensione dinamica verso il rinnovato posto del reinventarsi: ciò che serve non è dunque solo l’interpretazione dello psicoterapeuta, non solo la proposta per un dibattito chiarificatore per capire ciò che accade  nella motivazione di un comportamento, non la ricerca della verità assoluta, non solo una metodologia di lavoro.
Winnicott ci ricorda che si tratta di un insight, un’illuminazione strettamente correlata all’area ludica, un momento che avviene laddove il paziente sente una pulsione sperimentata ma rimossa, e lo strappo forcluso diviene generazione.

Scrive Winnicott: ” (…) il momento significativo è quello in cui il bambino sorprende se stesso. Non è il momento della mia brillante interpretazione che è significativo. L’interpretazione, fuori dalla compiutezza del materiale, è indottrinazione e produce compiacenza. Un corollario di ciò è che la interpretazione data fuori dall’area di sovrapposizione del gioco in comune del paziente e dell’analista produce resistenza. L’interpretazione data quando il paziente non ha alcuna capacità di giocare è semplicemente inutile o è causa di confusione. Quando vi è un gioco mutuo, allora l’interpretazione secondo i principi psicoanalitici accettati può far progredire il lavoro terapeutico. Questo gioco deve essere spontaneo, e non compiacente o acquiescente, se si deve fare della psicoterapia”.

Non ci si azzardi ad asserire quando avverrà quel momento, come avverrà e se avverrà: possiamo promuoverne il movimento tramite l’innervazione del flusso sanguigno psichico contro un’infausta sclerotizzazione, possiamo pompare e stimolare il movimento primario così da ridurne la viscosità, possiamo tracciare mappe oggettuali e, nell’orgasmo del potere, possiamo condizionare il soggetto tramite artifizi comunicativi con logica paradossale (si perdoni il potere dell’ossimoro): ma se crediamo di avere il potere di promuovere il cambiamento, non abbiamo fatto i conti con la morte, unica  sovrana che regge le redini-coordinate di ogni sistema in movimento.

La morte del sistema produce inevitabilmente il vuoto, e allora si ribalta la situazione: non più proporre l’istinto vitale, ma la distruzione calibrata del sistema assai potente  che il paziente propone nell’intruglio sadico della coazione a ripetere; e anche in questo caso non sappiamo prevedere le conseguenze.

Ciò si traduce in mera impotenza, ma anche in questo caso non pensiamo troppo di aver ragione, ci perderemmo nella sua evoluzione narcisistica, il dramma della ragione.

Il potere in psicoterapia esiste, ne prendiamo atto perché siamo miserabili creature meravigliose.

Ci si illuda pure, laddove l’illusione rappresenta la continuità tra il momento di me-non ancora me: l’area della creatività. Un’area che si autogenera nell’esperire le sfaccettature della vita psicoanalitica, lì dove c’è il tempo di provare tutte le possibilità nel reinventarsi perché, in qualche modo, ci è permesso: ci è permesso a noi pazienti e a noi psicoterapeuti, senza presunzione di conoscerne il modo giusto ed il ritmico battere cardio-psichico.

Nessun Sé sarà mai svelato, nessun potere lo potrà deturpare, arriverà sempre e comunque prima la fine (del tempo, del setting, del sintomo).

Mentre il potere si insinua nel condizionamento, nel soggetto che sa contrapposto al soggetto non senziente, nella simmetria, nella stasi o nel finto movimento che viene chiamato guarigione.

Scrive Winnicott: “La persona che stiamo cercando di aiutare ha bisogno di una nuova esperienza in una situazione specifica. L’esperienza è quella di trovarsi in una condizione priva di particolari propositi, come una sorta, si potrebbe dire, di funzionamento al minimo della personalità non-integrata. Mi sono riferito a questo come all’informe nella descrizione di un caso (…) Nel modo di rilassarsi che fa parte della fiducia e dell’accettazione dell’attendibilità professionale della situazione terapeutica (…) c’è posto per l’idea di sequenze di pensiero senza relazione tra loro che l’analista farà bene ad accettare così come sono, senza presumere l’esistenza di un filo conduttore significativo”.

Si possono di certo cercare e, perché no, trovare oggetti, ma mai sino all’esasperazione; si necessita dunque di provare a limitarsi ad essere, e non essere, senza spasmi di potere terapeutico; si tratta del potere della libertà, non della pseudo-libertà che il potere promuove come seduzione del messaggio proposto, sovente sedicente. Il dogma che sostituisce un’ideologia ferrea crea una nuova psicosi, in ciò c’è tanto potere quanto annichilimento del movimento mentale: lo psichismo si rattrappisce nell’esaurimento del sintomo. Lo schema a sua insaputa, e talvolta a insaputa dell’analista, si ripete con rinnovata mascherazione, una formula più subdola ed  intrecciata del vivere, ed il potere si intreccia alle maglie ormai rattrappite di un progetto esistenziale caduco. Mentre sottraendosi al potere interpretativo, ma connotandolo di ermeneutica, il paziente può esperire i livelli emotivi, assaggiare l’entropia e rimergere dal non-ente.

Il terapeuta non-potente è irrimediabilmente folle ma ne conosce le leggi, così si propone in maniera compatta e disgregata al contempo rendendo possibile al paziente la tollerabilità di ciò che, informe, pareva innominabile.

Il terapeuta appare “sufficientemente potente”: saprà trascendere l’appagamento narcisistico derivato dal potere della propria abilità e della propria ragionevolezza per promuovere un’attesa sacra come un’alcova fetale in cui il sentimento possa prodursi all’estremo e modificarsi all’ultimo momento, una sorta di epifania non rivelata che ci viene concessa dal fenomeno interazionale-transazionale. La verità paradossale sarà sopportata e goduta senza potere dal terapeuta, in attesa che il flusso primario pompi. Il terapeuta come il genitore si annulla per lasciare uno spazio dove il figlio-paziente possa cercare una strada, ciò ci appare un fenomeno che si distanzia dalla logica del potere, poiché in definitiva parliamo di speranze.

L’oggetto buono può e deve essere preservato senza condannare la cattiveria, nel giudizio c’è troppo potere; il terapeuta rimarrà per molto tempo sull’orlo del baratro o stato di precarietà, promuovendo l’indicibile che viene svelato come una creazione, la sua disciplina e il suo tecnicismo saranno l’ombrello mentre egli esiste amorevolmente.

Si tratta di un’inibizione dell’usuale equipaggiamento psichico che presiede alla creazione di un quid che stupisce, un’emozione nuova, una spontaneità in definitiva fruibile dal paziente.

Non c’è potere nell’osservare l’attacco del paziente, ma naturalezza, sostegno, integrità, la possibilità di essere oggetti utilizzabili per una crescita senza che l’oggetto venga distrutto.

Ma il fardello è reciproco e l’uno sovente appesantisce l’altro, il terapeuta darà troppo o troppo poco nel momento giusto/sbagliato, così si adopera nella difficoltosa riparazione, mentre la premura sopravvive alla crisi, la dedizione perdura, e il perdono si compirà nel gesto d’amore.

L’impalcatura psichica sopravvive ai crolli e agli shocks, si rinforza e si incrementa l’equipaggiamento preposto per il fare esperienza.

Si tratta di una danza in cui la dicotomia è: amore-potere, come equivalenze di pulsioni ancestrali (vita-morte) che richiedono sedimentazione e non strumentalizzazione.

Altrimenti avremmo tutti pazienti illusoriamente e perennemente innamorati o, nell’ipotesi del potere, che credono di essere guariti. Cosa è peggio, non ci è dato a sapere.