Estate

Un’estate sta svolgendosi e con calma serafica sta esaurendo le sue competenze: quel caldo intenso che ti riempie e ti stordisce sino ad assopirti, il piacere intimo e antico di un’alba rubata nel cuore della notte, lo scampanellio vivace di biciclette colorate, le voci di madri che ringiovaniscono tra le vie dei mercati, il mare che è da sempre il limite più maestoso che l’essere umano conosca…quando guardo il mare penso sempre a due canzoni: L’odore del mare di Eduardo de Crescenzo, che intensamente ti riporta all’effetto calmante e consolatorio del mare, e a una frase di una bellissima canzone di Roberto Vecchioni che cito testualmente: “ed il più grande conquistò nazione dopo nazione, e quando fu di fronte al mare si sentì un coglione”. Insomma il mare mi fa sentire bene, mi calma.
Questa è stata una strana estate dicono, a causa delle distorsioni estemporanee del post-epidemia, a causa della paura dell’imminente futuro, a causa delle tante risposte emotive cui stiamo assistendo dettate da una paura radicata.
A me è sembrata un’estate solita, normale, cioè grandiosa, che mi ha naturalmente condotto con i suoi garbini gentili e i suoi suoni di animali eccitati a conoscere persone nuove, vicini di ombrelloni, lavoratori stagionali, colleghi….mi sembra che in estate le vie del conoscersi si amplifichino come i chiari di luna di notti insonni, passate a pensare a questioni belle, ovattate sul letto quando si dorme scoperti.
Io adoro poi il cambiamento, il crepuscolo, e l’avvicinarsi evidente dell’aria settembrina, quando ricomparivano i libri di scuola e si sceglievano i vestiti acquistati d’estate come biglietti da visita da mostrare ai compagni di scuola di una presunta maturazione, come se quel paio di all star ti conferissero un carisma nuovo.
Oggi mi sento così. Al posto delle all star un paio di mocassini più ordinari e vecchieggianti, ma ammetto che il pensiero di rientrare nello studio di psicoterapia mi fa sentire ancora in quello stesso modo: felice, vivo, e rigenerato dai sali marini e dalle atmosfere familiari.
Sono uno di quei fortunati che ricomincia a lavorare con un senso sempre rinnovato di gioia entusiastica, di amore incondizionato per il proprio mestiere.
Ma dalla metafora del ritorno ai banchi di scuola alla cruda realtà del timore di ciò che accadrà effettivamente su quei banchi in questo maledetto periodo storico, il passo è breve, brevissimo e ti inchioda a una necessità di riflessione sugli attuali accadimenti.
Ma non ora, i prossimi giorni.
Ora mi godo il pensiero di quel gin tonic ghiacciato accattivato di tabasco e coronato di legami che è il simbolo di questa benedetta estate.